
In pochi hanno mai sentito parlare del villaggio di Nakeli o della città di Pu’er, nella provincia del Yunnan. Eppure questo luogo silenzioso e di grande fascino, che oggi sta tornando a nuova vita, era una volta pieno di carovane e di mulattieri indaffarati perché sull’importantissima rotta commerciale che legava le pianure centrali tibetane alla Cina. Una rotta che, durante la dinastia Ming, vede un intenso scambio di cavalli tibetani con grandi quantità di tè cinese: la “Tea Horse Road” (“Gya’lam” in Tibetano), appunto, anche se le carovane si arricchiscono nel tempo di sale, zucchero, pellicce e indumenti tradizionali, erbe medicinali, oggetti artigianali e persino piccole opere d’arte legate alla pratica del Buddhismo.
Tre le sezioni principali – Qinghai-Tibet, Sichuan-Tibet e Yunnan-Tibet, quest’ultima la più antica – che richiedono di attraversare fiumi, montagne e gole anche con enormi colli di foglie di tè sulle spalle. E che, su un percorso pieno di pericoli, coinvolgono circa 20 etnie differenti. La sola città di Pu’er è per molto tempo casa di 26 gruppi etnici, oggi onorati attraverso la ripresa delle diverse tradizioni artigiane, gastronomiche e spirituali.
In quanto ai pericoli: il freddo, certo, e le difficoltà del terreno sui tortuosi sentieri montani, che nei secoli faranno diverse vittime. Ma anche gli attacchi dei temibili nomadi Khampa – a volte, proprio per questo motivo ingaggiati come protettori delle carovane – o di ladri pronti a sostituire il tè con grumi di torba e condannare, così, i mulattieri a trasportare per mesi un peso inutile. (Mesi nei quali, in compenso, il vero tè nei sacchi cambia con il calore del Sole e l’umidità, rendendo unica la maturazione di ogni carico giunto a destinazione.) Infatti, i “facchini” del tè, donne e uomini, portano solitamente tra i 60 e i 136 chilogrammi di carico a testa: più si porta e più si viene pagati, e ogni libbra di tè vale una libbra di riso al ritorno a casa. Nel 1064, un cavallo tibetano significa oltre 46 chilogrammi di tè e, nel XIII secolo, il Tibet vende alla Cina circa 25mila cavalli all’anno.
Oggi, il segmento che attraversa le remote montagne Nyainqêntanglha, del tutto inospitale, è chiuso ai viaggiatori mentre gran parte della Tea Horse Road è percorribile sulle nuove e più agevoli strade e ferrovie dell’Altopiano. Che collegano villaggi, monasteri, vecchie stazioni di posta, siti archeologici, grotte e persino antiche saline come quelle – spettacolari – di Markam in uno straordinario viaggio nel Tempo e nella Storia. Anche delle donne e degli uomini che per secoli lo hanno fatto a piedi, con ramponi di ferro attaccati ai sandali di paglia.